Quando ero un’opera d’arte

Copertina del libro con l'immagine di un busto di una statua dell'antichità classica
Quando ero un’opera d’arte / Eric-Emmanuel Schmitt – E/O, 2006

Il giovane Tazio Firelli si sente brutto, insignificante, mediocre. Decide di porre fine alla propria vita, ma proprio mentre sta per lanciarsi da una scogliera, il famosissimo artista Zeus Peter Lama, lo convince a rimandare per sottoporgli un interessante accordo. Zeus propone al ragazzo di donargli la sua vita, che ormai per lui non ha più interesse, e di darsi completamente nelle sue mani; in cambio avrà fama e visibilità. Tazio accetta, firmando un contratto scritto con cui diviene proprietà dell’artista. Questi, dopo aver inscenato il suo funerale, procede nel suo piano con la collaborazione di un losco chirurgo da obitorio: modifica e manipola fisicamente Tazio per trasformarlo in Adam bis, una scultura vivente. Tazio ha raggiunto il successo, ma non come persona, come oggetto. All’inizio è appagato, realizzato, ben presto però si rende conto dello strazio della sua condizione di “non persona”, che ha però un’anima, un cervello, dei sentimenti. Cerca dunque di riacquisire il suo status di essere umano, spinto anche dall’amore per Fiona.

Il libro, con tutti i suoi elementi grotteschi, induce ad una riflessione su un tema molto attuale: la ricerca della perfezione estetica come valore assoluto e come elemento che può far sentire sicuri, realizzati, accettati dal contesto sociale in cui si vive. Il romanzo mostra come, alla fine, la ricerca della propria identità non possa avvenire escludendo quegli aspetti interiori che ci rendono unici e che ci consentono di rapportarci agli altri attraverso le emozioni e i sentimenti. Non si può quindi essere “persone” quando il corpo diventa semplicemente un oggetto, per quanto bellissimo, sconnesso dall’anima.

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