Riflessioni sui ‘bamboccioni’

Prendo spunto dall’articolo di Maurizio Ferrera sul Corriere di giovedì 27 maggio us  per unirmi alla riflessione sul tema “bamboccioni”. La parola non mi piace, perché pur essendo molto di moda, mi suona come una pericolosa etichetta che banalizza un problema, anziché classificarlo e aiutare a risolverlo. E siccome il mio mestiere è lavorare con i giovani fra i 18 e i 25 anni, sono convinta di non perdere il mio tempo con persone che non meritano rispetto e attenzione. Usare una brutta parola come bamboccioni ha avuto il pregio di mettere in luce un problema che riguarda tutto il nostro paese, e non solo i bamboccioni e le loro famiglie,  ma adesso che sappiamo che il problema c’e’ dobbiamo “solo” risolverlo.

Alcuni dei nostri figli sono senz’altro bamboccioni, ma molti - anzi i più – sono il cuore, il cervello e le braccia su cui si appoggia il nostro futuro. Come dice Ferrera, dobbiamo lavorare a migliorare il contesto che permette ai giovani di rendersi autonomi, mentre lavoriamo, aggiungo io, a rendere i giovani consapevoli il prima possibile delle responsabilità che via via devono assumersi e fiduciosi nelle proprie capacità di affrontarle. E quindi io per prima cosa lavorerei sul contesto che ai giovani appartiene per definizione: la scuola e l’università. Non diventa bamboccione chi non si sente bamboccione: non si sente bamboccione chi sa di essere preparato. Ecco perché io partirei da lì.

 

Nei prossimi anni, il mondo della scuola potrebbe trasformarsi in modo radicale: una legge di un paio di anni fa, pensata in parte per ridurre i costi, ha in realtà avviato un ripensamento e una ridefinizione dei processi di studio e di didattica che coinvolge direttamente gli editori e molti insegnanti di buona volontà. Alcuni dei testi che ho visto, declinati per modalità didattiche in aula, a distanza, su carta e su digitale sono operazioni editoriali e didattiche straordinarie, in grado di stimolare la curiosità intellettuale del Lucignolo più incallito e di aiutare nel suo logorante lavoro l’insegnante più affaticato. Possiamo usare le tecnologie digitali per migliorare enormemente l’efficacia dei test di autovalutazione e di valutazione e aiutare i nostri figli ad abituarsi a mettersi in gioco e a confrontarsi. Le ricadute economiche e sociali di un investimento pensato e condiviso sulla scuola sarebbero enormi; come massimizzare il ritorno di questo investimento (in periodo di vacche magrissime) dovrebbe essere un tema forte delle nostre riflessioni collettive. E invece vedo avvilita affrontare ogni anno il dibattito sui libri di scuola in termini di due P: prezzo e peso.

 

L’università in tanti atenei d’Italia è ancora un luogo di crescita di spirito critico e di dibattito; ho troppi colleghi che stimo e troppi studenti che ammiro per non essere ottimista riguardo alla nostra capacità di reagire alle situazioni di asfissia morale, intellettuale e sociale che pure non mancano. L’università è il luogo per eccellenza dove i giovani adulti (dove i giovani adulti su cui stiamo investendo di più, aggiungo) devono chiarirsi le idee e trovare la loro strada. Però l’università è allo stremo delle forze ed è gestita in logica di sopravvivenza. Nessuna famiglia che abbia redditi sufficienti appena a sfamarsi può sperare di costruire un futuro migliore per i suoi figli; nessuna azienda in cui i costi di struttura rappresentano il 90% dei costi totali può sperare di essere un riferimento nel suo settore. Dobbiamo chiedere all’università di accompagnare i nostri figli a diventare pienamente adulti e in grado di stabilire su che forze possono contare, ma dobbiamo anche  valutare quanto dobbiamo investire perché l’università possa davvero giocare questo ruolo e non trasformarsi in un pericoloso e demotivante parcheggio. 

 

La crisi ci impone di essere estremamente selettivi nella scelta di dove investire risorse sempre più scarse e molto attenti a che siano spese bene. Credo che sia nell’interesse di tutti noi evitare di essere contornati da bamboccioni, visto che c’e’ un sacco di lavoro da fare; e che quindi dobbiamo fare in modo che non si creino le premesse perché le persone che rappresentano il nostro futuro diventino dei bamboccioni

 

Paola Dubini

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